L’esercizio armonico dell’autorità

L’autorità è un particolare tipo di relazione con la finalità propria di indicare comportamenti o di organizzare i diversi ambiti dell’esperienza umana, garantendo impulsi pratici dell’agire singolo o in comune. Come afferma Giuseppe Capograssi in relazione all’autorità, «essa nasce per creare veramente tra gli uomini la relazione umana cioè per creare veramente una società tra gli uomini» (G. Capograssi, Riflessioni sull’autorità e la sua crisi, Carabba editore, Lanciano, 1921, 57). Allo stesso tempo, però, l’autorità non ha solo una finalità strumentale per la riuscita di un’impresa comune.

In un contesto di coappartenenza e di responsabilità condivisa, dove la diversità non dispone in sé del proprio centro, ma la comune centralità è nel trascendersi nella verità, nasce la questione dell’esercizio armonico dell’autorità, quale asse motrice di azione e di sviluppo dell’operare dell’ordinamento, ma che dalla verità trae la propria essenza e la propria energia policentripeta.

Il concetto di autorità è quello che per ultimo segna netta la demarcazione tra mito e utopia in relazione all’ordinamento giuridico, configurandosi, alla luce dei quattro elementi (stabilità, libertà, natura plurale, novità), o come potere o come relazione, cioè come agape. Nell’ambito dell’ampia dinamica che costituisce l’ordinamento giuridico, e che è libertà, quando si relazione alla verità, ponendo in relazione e dialogo le diversità proprie della molteplicità che lo compongono, con difficoltà l’ordinamento si articola secondo un parametro di subordinazione o gerarchizzazione, quanto piuttosto può svilupparsi attraverso l’elemento dinamico di un’autorità che ha una portata relazionale e un criterio operativo che è quello del bene comune. Non va dimenticato, come ricorda Francesco Viola, che «non basta difendere l’oggettività della verità e la verità dei giudizi pratici per giustificare in modo finalistico l’esistenza dell’autorità. Occorre altresì ritenere che la stessa ricerca della verità e del bene sia un’attività cooperativa, a cui si partecipa con differenti ruoli, mettendo a disposizione degli altri la propria competenza e la propria saggezza o, più semplicemente, accettando il conferimento di autorità da parte degli altri membri della comunità. Partecipare ad attività che sono governate da regole implica l’accettazione del principio di autorità, cioè significa accettare che vi sia un modo corretto e un modo errato di fare le cose e che la decisione tra ciò che è giusto o ingiusto in dati casi non possa dipendere dal giudizio personale» (F. Viola, «Autorità», in Aa.Vv., Enciclopedia filosofica, vol. 1, Bompiani, Milano, 2006, 924).

Venendo meno quell’esigenza di uguaglianza formale di cui era portatore lo Stato moderno, oggi l’autorità non è più solo garanzia di funzionamento coerente e sistematico, con il rischio di degenerare in autoreferenzialità e di cedere a ideologici compromessi. Non basta limitarsi alla ricostruzione normativa del sistema ordinamento, descrivendone e organizzandone la struttura, il dato infrastrutturale, ma occorre coglierne il senso più profondo, che nel nesso di verità e giustizia, attraverso un esercizio armonico dell’autorità, tra relazione e corresponsabilità, è sempre contemporaneamente creatore del nuovo e garante dell’antico.

Riconoscere e valorizzare la centralità della persona, quale fondamento dell’ordinamento giuridico permette di offrire alla persona la possibilità di riuscire, con libertà, a porre ragionamenti di tipo nuovo, che non nascano da una emergenza dottrinale o disciplinare, ma da una attesa di bene che nell’intento utopico guarda al compiersi del bene della persona e al suo situarsi nell’ambito del vivere in societate. Alla luce di queste considerazioni, affinchè l’ordinamento giuridico resti e diventi sempre meglio sensibile alla verità e quindi spazio dell’uomo e per l’uomo, appare più chiara l’esigenza di riportare la parola utopia all’interno del lessico giuridico moderno.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

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