recensioni

verità e giustizia

Antonio Iaccarino, Verità e giustizia. Per un’ontologia del pluralismo, Città Nuova, Roma 2008, 152 pp.

 

Recita il Salmo 84: «Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo». Sono parole di straordinario fascino che fanno riflettere sulla possibilità che alcuni tra i più grandi valori che fondano la vita umana possano realizzarsi e coesistere, dando così origine a un mondo autenticamente migliore. Col il volume Verità e giustizia Antonio Iaccarino, professore a contratto presso la Facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università Lateranense, offre un interessante contributo in merito a questa delicata e decisiva questione, guardando alla situazione della cultura contemporanea che appare caratterizzata da un pluralismo il quale molto spesso assomiglia a una sorta di irrimediabile frantumazione.

L’interrogativo a cui Iaccarino intende rispondere è, come scrive monsignor Piero Coda nella prefazione, il seguente: «Come tenere insieme, realisticamente, secondo verità e giustizia, la pluralità delle visioni comprensive della realtà che popolano un mondo come il nostro che oggi si mostra sempre più uno ma, appunto, nella pluralità arricchente e però non di rado anche confliggente delle sue declinazioni?». Ponendosi sulla scia dell’alto magistero di Benedetto XVI, l’autore si dimostra convinto che «l’impegno per la verità è l’anima della giustizia» e si affatica proficuamente per far comprendere che la denuncia dei limiti delle ideologie non può e non deve condurre alla rassegnata accettazione di uno sterile relativismo. Iaccarino sviluppa le sue argomentazioni tenendo presente l’opera di due pensatori molto diversi tra loro, ma capaci di intessere un interessante dialogo a distanza: John Rawls e Luigi Pareyson, il neo-contrattualista e l’ermeneuta, i quali, per quanto concerne il rapporto tra verità e giustizia, risultano portatori di istanze che, agli occhi dell’autore, possono trovare un punto di contatto e di mediazione. Avverte conclusivamente Iaccarino: «Verità e giustizia sono due elementi che possono incontrarsi e fondersi nell’agire comunicativo delle persone, ciascuna con il proprio bagaglio di conoscenze, comprensioni, relazioni e significati. Condizione per questa possibilità è il superamento di limitatezze dottrinali e vincoli ideologici, tanto che solo così la persona può realmente riconoscere l’unione di tipo ermeneutica che la lega alla verità e che la trasforma in mediatrice al tempo stesso molteplice e singolare di quell’unica verità».

Maurizio Schoepflin, Avvenire (2008)

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«Il viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi paesaggi, ma nell’avere occhi nuovi». Con questo pensiero tratto dalla Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, si apre il saggio di Antonio Iaccarino “Verità e giustizia”. Le parole del grande scrittore francese si rivelano decisamente appropriate perché definiscono il metodo che Iaccarino intende seguire.

Il Volume, scrive il teologo Piero Coda nella prefazione, è «frutto e sintesi di un’ampia dissertazione» presentata alla Pontificia Università Lateranense di Roma, e «si qualifica come un esercizio non semplicemente accademico, ma (…) come un esercizio decisamente impegnato». L’autore, Antonio Iaccarino, ha conseguito il dottorato di ricerca in Utroque Iure all’Università del Laterano, dove oggi è professore a contratto nella facoltà di Diritto canonico.

“Verità e giustizia. Per un’ontologia del pluralismo” nasce dall’esigenza di interpretare in modo razionale il tempo attuale cercando risposte valide alla questione su «come tenere insieme, realisticamente, secondo verità e giustizia, la pluralità delle “visioni comprensive della realtà” che popolano il nostro mondo». Di qui la necessità di comprendere la funzione contemporanea, la percezione e la definizione profonda del concetto di giustizia, tenendo ben presente che tale categoria è intimamente intrecciata con la politica e la ricerca della verità.

Il volume di Iaccarino intende contribuire – e vi riesce in modo molto chiaro – «a disegnare uno spazio d’illuminazione – teoretica e pratica – del problema in oggetto, smascherando il troppo facile cortocircuito dell’ideologia, senza adagiarsi nel fatale compromesso del relativismo». Tale è l’impostazione di questo studio. Un’impostazione che sottende una concezione forte del pensiero, come artefice reale della conoscenza delle cose.

Per scandagliare il concetto della giustizia secondo verità, Iaccarino sceglie due grandi filosofi contemporanei: l’americano John Rawls e l’italiano Luigi Pareyson che, nel testo, «fungono da punti di riferimento paradigmatico» per indagare dall’interno di spazi culturali aventi una matrice comune ma, di fatto, distinti: la filosofia della politica e l’ermeneutica filosofica. Lo sguardo dell’autore è rivolto alla teoria ermeneutica di Pareyson e alla teoria della giustizia di Rawls, che costituiscono, di fatto, il nucleo teoretico del saggio.

I due paradigmi, inoltre, devono essere letti alla luce di quanto scrisse Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (I-II, q. 94, a. 2): «Inest homini inclinatio ad bonum secundum naturam rationis quae sibi propria: sicut homo habet naturalem inclinationem ad hoc quod veritatem cognoscat de Deo et ad hoc quod in societate vivat». Come scrive Coda nell’introduzione, dal rapporto tra Rawls e Pareyson «s’intuisce, nell’orizzonte tracciato dall’Aquinate in obbedienza alla ratio e insieme alla fides nel circolo virtuoso dell’intelligentia fidei, la tesi che regge la ricerca».

Il libro si compone di cinque parti: la prima riguarda il rapporto tra verità e giustizia. La seconda, la filosofia. La terza, il diritto. La quarta, la politica. La quinta, la “violenza della solitudine”. Il testo è molto ricco di elementi di ispirazione e si sviluppa con grande rigore logico, utilizzando un linguaggio specialistico ma non per questo oscuro. Il tema dell’intreccio tra verità e giustizia è centrale e evoca un pensiero che Iaccarino pone all’inizio del primo capitolo: «E’ con la verità che è necessario / cacciare via dalla mente / il dolore che rende folli», diceva Eschilo nell’Agamennone. Come dire, il sonno della ragione genera mostri.

Vittorio V. Alberti, Conquiste del lavoro (2008)

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Tenere insieme verità e giustizia oltre il compromesso pragmatico e la superficialità: questa sembra essere la sfida del volume che si muove sui terreni della filosofia e del diritto con un’attenzione non episodica alla dimensione teologica. Partendo da due riferimenti essenziali, cioè dalle riflessioni di J. Rawls e L. Pareyson, l’autore costruisce una filosofia ermeneutica del diritto e della politica. Ambedue fanno riferimento alla verità da un lato e alla complessità del pluralismo dall’altro. Una sfida ambiziosa che tende a comporre la lacerazione tra la filosofia dei giuristi e quella dei filosofi.

Il Regno (2008)

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nessuno resti escluso

Antonio Iaccarino, Nessuno resti escluso. La giustizia oltre i confini, Lateran University Press, Città del Vaticano 2013, 205 pp.

 

Questo libro è legato al corso Teorie della giustizia. Elementi e prospettive contemporanee, tenuto dall’autore presso l’Institutum Utriusque Iuris della Pontificia Università Lateranense. L’indole prevalentemente didattica dell’opera è molto chiara, per cui essa non è tanto una trattazione compiuta quanto uno strumento per offrire informazione, suscitare interrogativi e segnalare piste di riflessione. Tuttavia, a parte il fatto che tutto ciò viene realizzato con rigore e con ricchezza di fonti e di letteratura, a mio giudizio va rilevato proprio il pregio inerente alla connessione con la docenza. Si nota infatti costantemente la passione con cui si vuol richiamare l’attenzione dei nuovi giuristi verso l’orizzonte della giustizia, nella consapevolezza della natura pratica di questa finalità (cfr. ad. es. pp. 123-124). Nel contempo in queste pagine vi è una riflessione personale sulla giustizia, il che conferisce profonda unità allo scritto. La sua ispirazione di fondo, formulata a modo di sfide, è ben sintetizzata in queste parole dell’introduzione: «La giustizia si trova continuamente nella esigente necessità di rispondere a tre sfide, che senza cedere alle pressioni del presente, possano far guardare ai tempi lunghi della storia: la sfida del “senso” della giustizia, quale continua capacità di porre al centro la persona nella sua singolare unicità; la sfida dell’“altro”, perché nella relazione plurale e dialogica non vi siano mai esclusi; la sfida dell’“uno”, quale incessante richiamo all’unicità della verità nella molteplicità delle sue diverse interpretazioni, per contrastare relativismi e ideologie» (p. 10).

La trattazione si articola in cinque capitoli. Il primo, d’indole introduttiva, è dedicato alle «passioni del diritto», cioè al gioco tra paura e speranza, allo scopo di operare a partire da esse un discernimento sulle teorie circa la giustizia. In questo contesto viene dato un particolare risalto all’approccio di Tommaso d’Aquino al rapporto tra verità e giustizia, sottolineando l’inclinazione verso il bene, la razionalità umana e la relazione tra queste due realtà. Il capitolo 2, «Alle origini della giustizia», contiene un documentato panorama sullo sviluppo storico delle grandi tradizioni circa la giustizia e il diritto: greca, romana (presentata in maniera più ampia), giudaico cristiana, più un appendice sul Magistero pontificio e la prospettiva cristiana della giustizia. Il capitolo 3 tratta dell’equità: «L’agire secondo giustizia. L’esempio dell’equità» e costituisce una sorta di prolungamento del precedente, concentrandosi su questo aspetto specifico, di cui si evidenzia bene la ricchezza di sfumature nel pensiero greco, nella Bibbia, nel diritto romano, nella tradizione canonistica e in quella del common law.

I due ultimi capitoli mostrano la capacità dell’autore di muoversi in discipline e contesti assai diversi, tutti però molto pertinenti al tema della giustizia. Nel capitolo 4, «La giustizia oltre i confini», viene presentato il pensiero di due autori, John Rawls e Martha Nussbaum. Di Rawls, approfondito da Iaccarino nella sua tesi dottorale, viene presa in considerazione l’intera evoluzione delle sue idee, e di Nussbaum si offre una sintesi pure molto fedele circa il suo approccio basato sulla capacità. Alla fine scrive l’autore: «J. Rawls e M. Nussbaum sono due esempi positivi nella storia del pensiero filosofico, politico e giuridico. Questi due autori si sono confrontati con il fatto del pluralismo offrendo due interpretazioni ricche e complementari nello sviluppo di una ricerca includente e non autoreferenziale, cercando di superare il confine della separazione e dell’esclusione dell’altro, e anche quando i limiti delle rispettive teorie non hanno permesso il salto, il folle volo di dantesca memoria, certamente si sono avvicinati al confine con la voglia di guardare oltre» (p. 166).

L’ultimo capitolo rappresenta un ulteriore cambio di scenario, molto più legato all’ambito specifico del diritto, ma senza perdere l’afflato filosofico: capitolo 5, «La tutela [dei diritti] della persona nell’esercizio della giurisdizione». La presentazione della giurisdizione, del processo e della pena viene strettamente connessa con la persona e la sua relazionalità. La centralità della persona viene vista come chiave di comprensione sia del processo che della pena. La tutela della persona nei suoi diritti si mette a fuoco in un’ottica sensibile sia al pluralismo che al valore non negoziabile della persona: «Tra universalismo e concretezza, il recupero del fondamento ontologico dei diritti umani, che esistono proprio in quanto connessi alla persona, impegna ciascuno in uno slancio ermeneutico aperto e prospettico di comprensione e di autocomprensione, per riconoscere tra le diversità culturali non un punto di intersezione, ma un punto di comunione nel quale l’identità non sovrasti la diversità e che permetta alla persona di fare esperienza di verità nella comunità, “sicut homo habet naturalem inclinationem ad hoc quod veritatem cognoscat de Deo et ad hoc quod in societate vivat” (Tommaso d’Aquino, S.Th., I-II, q. 94, a. 2)» (p. 182).

Se si dovesse scegliere una chiave di lettura di questo libro prenderei quella del rapporto tra giustizia e verità, che si esprime nel titolo della precedente monografia dell’autore: Verità e giustizia. Per un’ontologia del pluralismo (Città Nuova, Roma 2008). Questo approccio evita alla radice la tentazione della mera erudizione e soprattutto dello scetticismo che vede nel dibattito sulla giustizia un ambito di opinioni soggettive, che contrasterebbe con l’“oggettività” del diritto. Iaccarino invece, pur essendo ben consapevole della complessità del problema, concepisce questo testo come «un incoraggiamento teso alla condivisione della necessità di aprire a un orizzonte di pensiero più ampio, perché attraverso il linguaggio della giustizia sia possibile far esperienza della “vera universalità del diritto che non si restringe e non si esaurisce in nessuna forma storica particolare ma si realizza in tutte” (G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, Milano 1962, 10-11)» (p. 183).

Auguro all’autore un fecondo lavoro iusfilosofico, di cui tanto bisogno ha l’attuale scienza giuridica, compresa quella canonistica. Penso a due possibili piste per portare avanti la riflessione. La prima riguarda l’analisi dell’analogia insita nelle diverse nozioni della giustizia: a mio parere, le tre dimensioni della morale, del diritto e della politica danno luogo a tre concetti in parte coincidenti ma chiaramente diversificati. La seconda concerne il rapporto tra giustizia e diritto. Ritengo infatti specialmente conveniente ricuperare l’approccio giuridico classico alla giustizia, che la definisce in funzione dello ius quale suo oggetto. Mi pare che questa via possa risultare utile per ricordare al giurista che il suo intero operato è strutturalmente legato alla giustizia, per cui essa non è una esigenza ideale che emerge dopo la costituzione del diritto (secondo una visione piuttosto confacente con il diritto come sistema normativo e con la giustizia in senso politico). La semplicità dell’idea di giustizia contenuta nella definizione ulpianea racchiude a mio giudizio una potenzialità straordinaria per tutto il sapere circa il diritto, non più incentrato sugli strumenti normativi e giurisdizionali, bensì sulla realtà dei beni che appartengono alle persone e alle società, e che sono loro dovuti secondo giustizia. Questa idea ci riporta al centro del mondo complesso e concreto del diritto come ciò che è giusto, stimolando il costante senso critico inerente alla ricerca della verità sul diritto, nell’intreccio tra il naturale e il positivo.

Carlos José Errázuriz M., in Ius Ecclesiae, XXV (2013), 3.

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