L’utopia positiva e concreta

In un contesto di coappartenenza e di responsabilità condivisa, dove la diversità non dispone in sé del proprio centro, ma la comune centralità è nel trascendersi nella verità, all’unità del senso, che dalla verità trae la propria essenza e la propria energia policentripeta, si affianca l’articolazione interna dei molti linguaggi nel discorso che esplica questo senso veritativo, quale asse motrice di azione e di sviluppo dell’operare dell’ordinamento. Questa unità del discorso, infatti, «non serve soltanto a comunicare le intenzioni dei partecipanti, ma soprattutto a tessere una forma di vita in comune» (F. Viola – G. Zaccaria, Diritto e interpretazione. Lineamenti di teoria ermeneutica del Diritto, Laterza, Roma-Bari, 2002, 452).

Tenendo ferma l’attenzione a una prospettiva metagiuridica della problematica inerente la legittimazione e i limiti dell’ordinamento giuridico, per il filtro di una lettura positiva dell’utopia, occorre recuperare una comprensione sempre aperta, razionale e relazionale del reale quale possibilità di novità. Nella sua accezione positiva, come già più volte ribadito, è possibile trovare nell’utopia la sollecitazione a superare ogni sistema chiuso di pensiero e ogni ideologia, per orientare la società verso una sua trasformazione positiva.

Nella Lettera apostolica in occasione dell’ottantesimo anniversario dall’Enciclica Rerum novarum, anche il Papa Paolo VI ha sottolineato l’importanza dell’utopia per una interpretazione delle dinamiche sociali in prospettiva di uno sviluppo umano all’insegna della verità e della giustizia. Si legge nel testo del documento: «Da dove viene la contestazione che nasce un po’ ovunque, segno di un disagio profondo, mentre si assiste alla rinascita di “utopie” che pretendono di risolvere il problema politico delle società moderne con più efficacia delle ideologie? Sarebbe pericoloso non ammetterlo: l’appello all’utopia è spesso un comodo pretesto per chi vuole eludere i compiti concreti e rifugiarsi in un mondo immaginario. Vivere in un futuro ipotetico rappresenta un facile alibi per sottrarsi a responsabilità immediate. Bisogna però riconoscere che questa forma di critica della società esistente stimola spesso l’immaginazione prospettica, ad un tempo per percepire nel presente le possibilità ignorate che vi si trovano iscritte e per orientare gli uomini verso un futuro nuovo; tramite la fiducia che dà alle forze inventive dello spirito e del cuore umano essa sostiene la dinamica sociale; e se non si nega a nessuna apertura, può anche incontrarsi con il richiamo cristiano» (Paolo VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens, 14.5.1971, in AAS LXIII (1971), 426, n. 37).

Paolo VI evidenzia tre caratteristiche essenziali dell’utopia: la funzione critica, la funzione prospettico-profetica e la funzione dinamico-creatrice. Quando l’istanza utopica si inserisce in una dinamica che ha al proprio centro il logos, quale autentica sintesi tra verità e temporalità, libertà della persona e situazione storica entro la quale la persona agisce, l’utopia si fa concreta, non solo perché attiva e plasmatrice di storia, come accadrebbe anche con l’ideologia, ma perché primariamente si radica in un evento di senso che irrompe nella storia, come esigenza e testimonianza della verità, ed è per questa ragione che l’utopia diventa profetica; e infine, l’utopia testimonia la sua funzione dinamico-creatrice nel promuovere con energia una prassi nuova.

Anche per quanto riguarda l’ordinamento giuridico, l’insistente esigenza a sviluppare una immaginazione prospettica per percepire le possibilità del presente e orientarle alla novità dei vasti orizzonti del futuro, attraverso un uso ampio della ragione, impone che non vi sia chiusura alcuna che ridondi in una vuota razionalità. A un robusto realismo scientifico, infatti, capace di esaminare, configurare e offrire risposte alle istanze sociali, nel pieno rispetto delle loro oggettive complessità, occorre abbinare una indispensabile lettura dialogico-veritativa del fenomeno societas e proiettarlo al futuro nella prospettiva dell’utopia.

Questa utopia decisamente concreta e positiva che si presenta come un orizzonte di futuro è fondata sulla verità e opera entro il dinamico intrecciarsi alla storia degli uomini, orientandola in una direzione sempre nuova e umanizzante, e questo «nel senso che il rapporto tra le persone sarà tanto più vero (eticamente e giuridicamente), quanto più vera (e piena) sarà la comprensione del mistero della persona umana e, di conseguenza, la comprensione del suo rapporto con l’alterità, in cui la persona si realizza promuovendo la realizzazione dell’altro» (P. Coda, L’agape come grazia e libertà, Città Nuova, Roma 1994, 162). È così che l’utopia concreta si pone come critica e superamento delle restrizioni ideologiche per proporsi a essere, nella libertà del dialogo e della relazionalità, struttura regolativa dell’agire in societate: maggiore sarà la comprensione dell’alterità, maggiore sarà la comprensione della persona, maggiore sarà il rapporto tra le persone strutturato secondo verità e giustizia.

In tale ottica, l’ordinamento giuridico trova la sua legittimazione nella capacità di animare la dialettica sempre presente fra la realizzazione dell’ordinamento che incessantemente si alimenta di e alimenta a sua volta il cammino della storia e l’apertura al compimento di bene che trascende il tempo. È questa l’utopia concreta che guida e illumina dall’interno l’ordinamento, indirizzandolo verso il vasto orizzonte del giusto, quale regolazione storica dei rapporti tra i soggetti, e insieme del bene, quale regolazione storica dei rapporti tra i soggetti misurata dalla verità. È così che l’utopia si offre come programma che assume su di sé, realisticamente, le sfide del nostro tempo, traducendole in soluzioni concrete.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

Il limite dell’ordinamento giuridico

La locuzione “ordinamento giuridico” è senza dubbio ambigua. L’ordinamento giuridico è un luogo di relazione personale e quindi anche giuridica, ricco della propria apertura partecipativa all’essere, alla verità, al logos, inteso nella molteplicità delle sue plurali interpretazioni, e alla persona, non intesa come monade sotto un velo di ignoranza, secondo le teorie pure del neocontrattualialismo, ma di una persona che si interroga sul proprio essere e che vive la realtà, quale dinamica concreta entro la quale entrare in relazione con l’Essere stesso e con l’altro da sé. Bisogna concordare con le parole di Sergio Cotta quando afferma che senza la comprensione dell’essere dell’uomo, non si renderà mai piena ragione della realtà e del senso del diritto; allo stesso tempo, però, non è possibile dimenticare che senza una piena comprensione ontologica della realtà è difficile rendere credibile qualunque teorizzazione astratta del dover essere dell’uomo. Una prospettiva rispettosa dell’apertura ontologica dell’uomo, offre ragione della giuridicità dell’ordinamento con la sua finalità di garantire e custodire l’essere relazionale della persona, la sua libertà e il suo agire libero. Si tratta, dunque, di interrogarsi sul fondamento veritativo dell’ordinamento giuridico.

In una società che è di per sé pluralistica, e che per garantire tale pluralismo deve continuare ad affermare la necessaria convergenza su quanto vi è di essenziale, l’ordinamento giuridico, con la sua legittimazione e i suoi limiti, cioè con la sua capacità di ricambiare in maniera aperta, libera e dinamica il confronto con la società, senza volontà di egemonia o di privilegio, rappresenta un luogo di mediazione imprescindibile per il vivere in societate, all’interno di un orizzonte comprensivo ma non esaustivo del giuridico.

Il primo fattore di unificazione organica di un ordinamento giuridico è dunque quello della logica quale opposizione al ragionare unilaterale. La coerenza di un ordinamento non è nella forza autoritativa delle singole disposizioni di legge che in esso trovano spazio, ma nella logica, intendendo quella premessa unitaria di stabilità e perpetuità che non si irrigidisce nella forma, ma si rinnova costantemente.

L’ordinamento giuridico sacrifica la propria potenzialità di novità e la propria capacità arricchente ogni qual volta esso riconosce a proprio fondamento il nomos, la legge, che secondo l’accezione greca delimita e perimetra. Il nomos è, in un certo senso, una forma di conoscenza che si approssima molto al divino nel distinguere il bene dal male. Su questa premessa, il nomos può diventare diabolico quando, proprio per questo suo carattere divino è usato come strumento per tagliare i legami con il logos, divenendo legge nella concretezza della storia dell’esistenza; esso è diabolico quando costringe l’uomo, quando lo perimetra entro confini specifici e crea divisione. É questo il carattere demoniaco della legge che condanna l’ordinamento. La prescrizione giuridicamente vincolante, per quanto anche utile e necessaria, non può perimetrare il mistero della storia e il mistero della persona; al contrario, primario compito della legge è richiamare costantemente al fondamento dell’ordinamento stesso, alla sua plurale e relazionale istanza di bene, quasi che il tempo giuridico di un ordinamento accadesse sempre nuovo nel momento della promulgazione della nuova legge.

Il tempo dell’ordinamento supera i singoli momenti normativi e trova la sua scansione nel relazionarsi alla verità. In questo senso, la norma si collega al dato originario della realtà attraverso una pluralità di approcci nel rispetto delle personali e autonome prospettive, in uno sforzo teso a mettere insieme l’unità e la molteplicità; l’unità della verità e la molteplicità delle sue diverse interpretazioni personali; il momento teleologico della vita buona e il momento deontologico del dover essere; l’unità della societas e la pluralità delle prospettive e delle scelte sociale e politiche che in essa si articolano e prendono corpo, per costituire istituzioni giuste entro le quali vivere una vita buona.

Nella misura in cui il carattere normativo dell’ordinamento giuridico è ponte relazionale di tipo ontologico tra la verità e la molteplicità delle sue diverse interpretazioni storiche nell’immanenza della realtà, l’ordinamento giuridico stesso, veritativamente orientato, non può avere limiti dal momento che la ricchezza della verità è inesauribile quando a essa ci si relazione in modo dialettico e libero. Di contro, i limiti derivano ad esso dalle patologie di una interpretazione ideologica della persona e della storia e che dell’ordinamento fa un recinto separatore.

Occorre sempre ricordare che è l’uomo, nel suo relazionarsi con se stesso e con gli altri da sé, che interpreta in maniera sempre nuova la verità per superare l’emergenza del presente e proiettarsi al futuro e attraverso un uso ampio della ragione, da forma alla realtà entro la quale vive, «la accoglie, la nomina, la descrive, ne evidenzia le varie dimensioni e i vari aspetti, e insieme la plasma e la trasforma. […] Ma al tempo stesso si pone la domanda sulla verità e il senso di ciò che ha conosciuto e fatto: in definitiva, la domanda sulla verità e sul senso di ciò che è» (P. Coda, Introduzione, in P. Coda, La questione ontologica tra scienza e fede, Quaderni Sefir n. 6, Lateran University Press, Roma, 2004, 17).

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

Il logos dell’ordinamento giuridico quale rapporto e relazione tra uno e molti, tra norma e società

L’espressione “ordinamento giuridico” consente di ragionare secondo due prospettive diverse: la prospettiva dell’ordinamento come insieme di norme o quella dell’ordinamento come insieme di regole che esprimono comandi e permissioni per loro natura mutevoli. Tanto più si concede spazio alla seconda prospettiva, tanto più si approssima una forma più accentuata di liquidità dell’ordinamento, con la sua conseguente frammentazione.

Chiamiamo giuridiche le norme che assumono un valore vincolante ed esclusivo e che nell’ordinamento trovano una propria identità e hanno la loro esistenza; per ordinamento intendiamo l’aggregato di queste norme di condotta, ma non solo, perché consideriamo le norme in relazione alla società. L’ordinamento è, infatti, in relazione biunivoca alle norme e alla società, intesa quale complessità relazionale legata alla pluralità degli agenti sociali, ipoteticamente cooperanti per scopi e interessi comuni. Ne consegue che norme e società, si combinano in maniera vasta e articolata all’interno dell’ordinamento.

Il doppio legame dell’ordinamento alla norma e alla società determina una linea di incertezza che tende a mettere in crisi il senso stesso dell’ordinamento. Da un punto di vista formale, è chiaro che tutte le proposizioni normative non scritte non esistono, ma è ugualmente vero che ciascuna norma rimanda a un valore di riferimento ritenuto a suo modo vincolante ed esclusivo.

L’ordinamento ha innanzitutto la funzione di unire e di mantenere unite nel tempo molteplici identità. Il rapporto tra persona e diritto nel tempo della post-modernità ricade anche sulla concezione di ordinamento giuridico, spingendo a un ripensamento del ruolo della giuridicità. Anche nella sua declinazione al singolare, l’ordinamento giuridico non è mai riducibile a “uno”, ma anzi, esso è sempre molteplice. La natura plurale dell’ordinamento non è un assommare diversità frammentate, non è un frettoloso apparire del molteplice; in essa si afferma un’unica molteplicità che articola i linguaggi (logoi) nel logos comune. Esigenza irrinunciabile dell’ordinamento non è quella di determinare irrevocabilmente uno status quo, ma quella di essere prospettiva aperta e dinamica volta al superamento di ogni limite. Tanto più efficacie sarà la determinazione di un ordinamento giuridico, quanto più esso saprà relazionarsi e interagire operativamente con quanto non è a sua misura e lo supera, con quanto è essenzialmente molteplice, con la complessità che deriva dal vivere in societate.

Questa molteplicità va dunque innanzitutto compresa e predicata, e tale azione sarà possibile all’ordinamento giuridico nella misura in cui esso stesso sarà in grado di auto-comprendersi e auto-predicarsi, e cioè dire il proprio logos quale rapporto e relazione tra uno e molti.

È innanzitutto necessario individuare parametri di riferimento fondamentali sulla base dei quali rispondere sistematicamente e giuridicamente alle istanze del pluralismo in condizioni determinate di spazio e di tempo, in ottica metagiuridica, in relazione all’ordinamento giuridico. Se si riconosce che l’ordinamento giuridico non esaurisce la realtà e la stessa esperienza giuridica, la sua funzione non può essere che questa: distinguere il giuridico dal meramente fattuale; ovvero, riconoscere e valorizzare gli aspetti del reale che incidono sul piano del giuridico.

L’ordinamento giuridico assorbe in se due dinamiche tra di esse complementari e che attengono al campo della norma e dell’azione: la prima, trascendentale, quale condizione di pensabilità e di conoscenza dell’azione in una prospettiva ontologica; la seconda, immanente, quale condizione di apertura dinamica al reale della convivenza umana, con le sue connessioni e modificazioni, attraverso l’insieme delle strutture e delle forme che organizzano il comportamento umano.

Se si parte da queste premesse è allora possibile proporre una interpretazione dell’ordinamento giuridico lontana da una sua rappresentazione formale e strutturata come sistema di regole del comportamento sociale, al fine di limitare la più che probabile inadeguatezza a rispondere alle istanze plurali e molteplici che nel reale costantemente interpellano il giurista, ma arrivare a suscitare con libertà e responsabilità, capacità tali da offrire risposte a interrogativi sempre nuovi.

Al di là di qualsivoglia sistema di diritto, interrogarsi sulla legittimazione di un ordinamento giuridico significa porsi un serio interrogativo sulla compatibilità e sulla interrelazione tra esistenza ed essenza, tra fondamento in fieri e realtà in facto esse, sul suo significato e sulla sua validità. Senza dimenticare che un ordinamento giuridico esiste in quanto è osservato ed è in grado di essere la rappresentazione di un insieme di giudizi di valore e giudizi di fatto che vanno a incidere sul reale nel suo più vasto ambito di significati, organizzandolo attraverso una rete di norme; allo stesso tempo, non può essere tralasciata una riflessione dal carattere metagiuridico, capace di delineare parametri di riferimento pre-normativi.

Se questo passaggio logico di svelamento genera difficoltà che superano di gran lunga il ragionevole livello degli interrogativi, c’è allora da domandarsi se la riflessione delle dottrine che studiano l’ordinamento giuridico non si sia allontanata, anche solo per necessità pratica, da una riflessione che vuole rispondere alle istanze di validità, legittimità ed efficacia, e che considera questi ambiti come il frutto di una riflessione più ampia che li ricomprende e li riempie di un significato che va oltre singole e storiche precomprensioni.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

Il modello dialogico dell’utopia

Genericamente si intende per utopia ogni ideale politico, sociale o religioso di difficile o impossibile realizzazione, assumendo nel corso della storia un’accezione anche negativa. Il significato al quale si fa qui riferimento non rimanda a parametri irrazionali o effimeri, che rischiano di sviare il ragionamento verso una fuga dal reale, ma riflette razionalmente un’istanza di bene possibile.

L’utopia si realizza nel reale e non rimane una fantasia di gruppi sociali; ma la questione principale è quella di stabilire se l’utopia si realizza sotto il segno del mito e quindi del logos o se invece su di essa rifletta unicamente lo specchio dell’ideologia, con la sua immagine di insoddisfazione che non va oltre se stessa e il proprio tempo. L’utopia può essere espressa, infatti, o nella forma di mito o nella forma di ideologia. L’utopia che deriva dal mito e che nel logos si riempie di contenuto è il fattore dinamico che consente all’ordinamento di conservare nel tempo un potenziale rinnovativo e innovativo. Solo l’ideologia progetta un sistema di vita unicamente per gli uomini come essi sono ora, senza ipotizzare un uomo che ancora non c’è, pensando già a come esso dovrebbe essere e comportarsi. Al contrario, una utopia che ha nel proprio bagaglio la ricchezza rinnovante del logos va sempre oltre la singola situazione storica, ma non con la volontà di affermare un modello per renderlo immutabile una volta raggiunto, perché tutto torni a essere sempre uguale a se stesso, ma al contrario, sempre vissuto relazionalmente in divenire.

Recuperare una “giusta” interpretazione dell’utopia significa contrastare le forme di mitificazione ideologica del mito. L’utopia non è incompatibile con il mito, ma si separa da esso nella misura in cui subentra un fattore ideologico mistificante che assorbe il mito e non lo riempie di logos, cioè di quell’apportatore di senso e novità che slega il mito dalla nostalgia del passato per inserirlo nella prospettiva dialettica di presente e futuro. Se il mito che riflette solo il pensiero ideologico impone una visione chiusa della realtà, l’utopia che conosce il logos e recupera un legame con il mito si apre a una comprensione aperta, razionale e relazionale del reale quale possibilità di novità.

Legare il concetto di utopia a quello di mito, ma ignorando l’apporto arricchente del logos, significa confondere tra di loro i due termini e pregiudicare il potenziale dell’utopia per metterlo al servizio di un tempo chiuso, ideologico, che riproduce se stesso e conosce una realtà falsa e irrealizzabile, in ultima analisi, illusoria. Il pensiero utopico è il superamento del pensiero mitico, nel senso che recupera la positività del mito quale tensione verso il bene, ma ne rifugge le patologie ideologiche che nel mito mistificano la realtà. Per tale motivo, uno sguardo utopico sulla storia dilata l’orizzonte del reale perché ne coglie razionalmente e dialetticamente la capacità di apertura e rinnovamento.

Il pensiero riflettente dell’ideologia rifiuta di relazionarsi al logos e lo scavalca, facendosi esso stesso anello di congiunzione tra mito e utopia; in questo caso, l’utopia non è più capace di novità e ulteriorità, ma cede alla mistificazione del mediocre utopismo astratto, irrazionale e quindi, incapace di avere forza rinnovatrice nel reale. Il mito interpretato ideologicamente nell’utopia è irrazionale perché esclude la persona e la sua relazionalità dialogica, imponendo ai soggetti di autoriflettere una immagine statica che è il mito senza logos, oltre a ignorare le condizioni reali di effettività e possibilità.

In tale frantumazione della socialità in individualità autoriflettenti non vi è posto per la verità e lo stesso vivere in societate perde la propria forza antropologica e si trasforma in quella assenza di socialità dialogica e razionale che nel mito ideologicamente utopico fa esperienza negativa della liquidità senza critica né proposta. Per la medesima ragione, anche la storia perde la propria ricchezza relazionale e dialettica e si consuma tutta in un momento senza prospettiva.

La conseguenza pratica della deriva ideologica dell’utopia e della visione mistificata della realtà, nonché del correlato impoverimento del concetto stesso di persona razionale e relazionale, è l’innalzamento della categoria di forza e di autorità a valore di riferimento. Nel momento stesso in cui il mito si lega all’utopia sotto la spinta mistificante dell’ideologia, il contributo personale di ciascun agente sociale viene meno: non vi è una societas da arricchire, ma un modello da ripetere nell’assoluto del momento presente e non da interpretare nel tempo della storia.

L’utopia mistificante non è più, dunque, al servizio della persona, ma diventa autoritario despota che impone alla persona come essere, in forza della propria visione autoriflettente. Al contrario, l’utopia che non si allontana dal logos e che riconosce una profondità di verità e di senso nell’agire storico della persona che vive in società, è un’utopia arricchente che consente l’interazione tra ciascuna persona e la società, ma in forme razionali, relazionali e di libertà, nella sicura affermazione di una pluralità di interpretazioni diverse ma dell’unica verità.

Secondo questa lettura antropologica dell’utopia, la persona recupera anche una relazione di integrazione con il tempo che torna a essere storia, cioè di quel luogo entro il quale si dispiega la tensione dialettica tra presente e futuro, e non momento. In tale senso, la persona riscopre la propria dimensione di futuro e con essa tutta la forza dinamica del rinnovamento, del gettare ponti nuovi, del relazionarsi non timoroso verso quanto vi è al di là di angusti confini ideologici. Solo un pensiero profondamente dialettico è capace di esaltare l’utopia con tutte le sue coinvolgenti istanze di rinnovata umanità e di bene; cosicché, attraverso l’esercizio del duplice riferimento alla realtà e alla persona, l’utopia guarda al futuro con le potenzialità della persona, senza mistificazioni e senza una proiezione finalistica di tipo quasi escatologico o eticamente pre-orientato, ma con la libertà e la relazionalità che della persona sono qualità irrinunciabili.

Alla luce di queste considerazioni appare più chiara l’esigenza di riportare la parola utopia nel lessico odierno. In un tempo di transizione che vede il dinamico intrecciarsi e sovrapporsi di comunità diverse ma tutte in trasformazione, il ruolo importante che svolge l’utopia è quello di mantenere aperto l’orizzonte, impedendo che singole interpretazioni mistificanti della realtà imbriglino il movimento verso il rinnovamento all’interno di un circolo non ermeneutico, ma autoriflettente nuovi miti.

All’interno di una società sempre più liquida che con difficoltà si riconosce accomunata in un vivere in societate, riscoprire il linguaggio dell’utopia, con il suo “modello” dialogico e relazionale permetterebbe l’interazione tra persone all’interno di un unico orizzonte, che è sempre quello più ampio possibile, secondo una condizione di possibilità di bene sempre ulteriore e accomunate da un ideale che supera il momento, e si aprirebbe alla ricchezza della storia, articolandosi sulla base di istanze critiche e razionali, ma senza dimenticare finalità pratiche e regolative.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

L’ordinamento giuridico tra logos e mithos

Il mito.

Nella sua accezione positiva, il mito accompagna la storia dell’uomo, e attraverso la sua mediazione simbolica, nel corso dei secoli si è affermato quale dimensione imprescindibile di tutta l’esperienza umana attraverso fenomeni diversi. Fin dalle origini dell’itinerario speculativo del pensiero greco si riconosce il contributo del mithos quale espressione narrativa-fantastica dell’originaria esperienza religiosa, nonché quale primo terreno e alimento del logos, inteso come esigenza di apertura ed attesa desiderante verso una dimensione divina, potremmo dire, verso una dimensione di bene che preesiste alla creazione.

In questa ottica, mithos non è semplicemente una favola o un’illusione, ma radicato nel profondo dell’esperienza umana, esso conserva un germe ermeneutico rivelativo della verità. La conseguenza è che il mithos rappresenta la più arcaica forma di legittimazione in generale, ma anche il centro di un sapere totalizzante, esplicativo e giustificatorio della realtà che, male interpretato, può degenerare in ideologia autoriflettente. Attraverso un approccio razionale al mito è possibile distinguere questa sua capacità veritativa e riconoscere il suo poter essere anche occultamento e mistificazione.

L’ideologia ha bisogno del mito, ma nella sua capacità mistificatoria e di occultamento, al fine di ottenere legittimazione. L’ideologia mistifica la realtà all’interno di una stretta e chiusa impostazione razionale. In questo angusto spazio, volutamente incapace di consentire un uso ampio della ragione, il mito ha la funzione di supplire alle mancanze che l’ideologia non può colmare autonomamente. Mito e ideologia sono strettamente connessi e laddove l’ideologia parla della realtà nascondendola, il mito che rinuncia a un uso ampio della ragione e si fa mero strumento dell’ideologia mistifica la realtà e la sacralizza, finendo per esprimere unicamente il tempo del quale è ritratto e strumento. Così come l’ideologia tende irrefrenabilmente verso il mito, infatti, non vi è ideologia senza mistificazione e senza che quest’ultima determini sistemi chiusi ed esclusivi che nascondono la verità.

Ecco annodarsi, allora, la trama che conduce alla crisi della legittimazione degli ordinamenti giuridici, laddove al logos arricchente si preferisce seguire il mithos, con il suo potenziale giustificativo e conservatore. Vincere la battaglia contro l’ideologica significa liberarsi da questa visione di mito falso e illusorio, per riscoprirne il potenziale veritativo che conosce il rinnovamento e l’utopia.

Il logos.

Il logos non si caratterizza per un’immediatezza rivelativa, ma va teorizzato e quindi posto a sua volta in relazione fin nella sua più esplicita immediatezza di parola, di logoi, molteplici, che si compongono in discorso, perché hanno origine e tendono al logos che ha in sé la verità del molteplice, verso quel «logos a tutti comune. Il logos è il linguaggio, è l’unità dialogante dei logoi, della parola.

Innegabile è la seduzione del centro, della forza, del potere, della tirannia che nell’autorità si fa baluardo di isolamento e auto-conservazione; certo è, allo stesso tempo, un allontanamento dal logos e una deriva ideologica nel mythos. L’ordinamento giuridico esiste proprio in forza di questo duplice pericolo, a tal punto che l’isolamento e l’auto-conservazione diventano un pericolo costitutivo dell’essenza dialogica dell’ordinamento. L’ordinamento giuridico non si risolve in uno spazio ordinato e non si dissolve in una individualità militante, quasi avesse unicamente la missione di sopravvivere alle circostanze. Paradossalmente, la fine di tali pericoli costituirebbe la fine stessa dell’ordinamento giuridico, dal momento che esso non si riconosce solo nell’assorbire in sé la diversità, ma di più, si auto-comprende quale esperienza relazionale che nella verità rompe l’isolamento e con la libertà si apre alla diversità.

La sfida che l’ordinamento giuridico vive al proprio interno è proprio quella che lo vede necessariamente essere uno, ma senza rinnegare se stesso, il suo essere irrinunciabilmente plurale. L’affermare “ordinamento giuridico” sottintende la tolleranza, nel senso della massimizzazione della comunicazione tra elementi diversi se non antagonisti. L’ordinamento giuridico è fattore di tolleranza, quale luogo di comunicazione per la valorizzazione della verità, e cioè delle sue molteplici e plurali interpretazioni. L’ordinamento non neutralizza le differenze, ma le mette in rete, in comunicazione e si fa esso stesso colloquio, affermandosi quale prassi abituale e stabile di dialogo.

Interrogarsi oggi sul senso dell’ordinamento giuridico significa, dunque, porsi seriamente di fronte alla scelta di rispondere nella prospettiva del riduzionismo della neutralizzazione delle differenze, per affidarsi al phármakon della sola autorità, o piuttosto, di porsi a servizio della valorizzazione delle differenze attraverso una pratica relazionale che ha come proprio orizzonte la constante ricerca dell’unica verità, sviluppando la prospettiva antropologica che considera l’uomo non un “individuo” ma una “persona”. È questa la libertà che deriva dalla verità e che genera dialogo.

Nonostante le contraddizioni e le fatiche che il reale genera e alimenta anche attraverso usanze acquisite e regole accettate, è indispensabile uno sforzo responsabile di tutti coloro che, da persone e non da semplici agenti, partecipano all’ordinamento, perché il dialogo non rimandi a un “dover essere” effimero e lontano, ma operi per “poter essere” concreto e operativo.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

L’ordinamento giuridico tra verità e temporalità

Sia che lo si consideri sotto l’aspetto legislativo, esecutivo e giudiziario, la parola “ordinamento” comprende un complesso di disposizioni finalizzate all’organizzazione giuridica di una comunità.

L’intento di questo testo è quello di tratteggiare le peculiarità dell’ordinamento giuridico a partire da una prospettiva meta giuridica di senso, di logos quale autentica sintesi tra verità e temporalità, libertà della persona e situazione storica entro la quale la persona agisce, nella convinzione che ogni ordinamento giuridico non è il frutto razionalistico di una mente ordinativa, ma è luogo, strumento e segno del logos, che richiama autenticamente al vivere in società, orientando a un agire progressivo e progrediente verso il bene che si centra nella verità e che nel rapporto con la verità afferma perennemente la propria giovinezza nel rispondere ai problemi storici.

In questa prospettiva, l’ordinamento giuridico è raffigurazione di un darsi del reale, del dato storico e fattuale, che implica la messa a tema del suo stesso essere, della verità che si manifesta nella molteplicità delle sue plurali e libere interpretazioni.

L’ordinamento giuridico è chiamato a recuperare il fenomeno giuridico nella sua portata relazionale e nella sua complessità sociale. L’ordinamento giuridico è tessuto storico che si organizza ed è proprio all’interno di questa societas dalla quale esso promana, plurima ed eterogenea, e non monistica o ripetitiva, che l’ordinamento trova il suo spazio.

Si comprende bene, allora, come si possa escludere da questa proposta la riducibilità di un ordinamento come insieme di leggi, intendendo per leggi comandi autoritativi asciutti e minuziosi che si impogono indipendentemente dal loro contenuto. L’ambizione è quella di tratteggiare l’esperienza del diritto che nell’ordinamento giuridico professa insieme il suo fondamento veritativo, la sua valenza spiccatamente relazionale e la sua capacità ordinativa. Rinunciare alla verità, quale missione da compiere mediandola nel vissuto sempre nuovo della società, significa cadere in una visione empiristica e scettica della vita.

Quale ordinamento? E quale società?

In primo luogo non dobbiamo pensare a una figura di ordinamento data una volta per tutte, quale formulazione di precetti formali immutabili, e che poi si incarni, adattandosi, nelle diverse situazioni storiche. Per ordinamento, al contrario, intendo una figura concreta, non esclusiva, ma specifica del vivere in societatem in modo giuridico, e cioè di una realtà storica per definizione, ancorata a un evento che si è dato, nel suo significato originario e permanente, una volta per tutte, ma che è anche eccedente e che insieme, proprio per questo, è di continuo chiamato ad attuarsi, modellandosi fino ad assumere una forma di volta in volta nuova. In questo modo, l’ordinamento giuridico resta fedele alla sua origine che ha per proprio centro la persona, perché l’ordinamento vive se vi si aderisce, se vi si partecipa. Da questo punto di vista, ordinamento e società si incontrano in un farsi concreto della storia e delle relazioni. Nello specifico, prendendo in esame un ordinamento giuridico, si nota come proprio il fattore giuridicità è espressione di una dinamicità relazionale che ruota intorno alla persona e non ambisce alla cristallizzazione della società.

Questo è il dato assoluto. Il secondo aspetto riguarda il dato per così dire relativo, non relativizzante, e cioè quello della società. La società della quale parliamo oggi, d’altra parte, è quella del XXI secolo, post-secolare. Non uso questo aggettivo con un’accezione religiosa, ma volendo connotare quella qualità che descrive una società che, da un lato, è uscita dall’incantamento ideologico e che, dall’altro, assiste al riproporsi polimorfo e militante del dibattito riguardo gli “interrogativi fondamentali” sullo scenario pubblico.

La società, con tutte le sue dinamiche, si configura oggi secondo ritmi e vettori che sembrano avere spesso unicamente una forza propulsiva immanente, ad esempio sotto il profilo economico e giuridico, ma in maniera quasi indipendente dalla volontà umana. Di contro, cresce l’esigenza, che è già necessità vitale, di governare e indirizzare tali dinamiche di trasformazione, affinché la società possa sempre più e meglio affermarsi quale spazio dell’uomo e per l’uomo.

Da questo punto di vista, ordinamento e società si incontrano in un farsi concreto della storia e delle relazioni. La società è linfa vitale dell’ordinamento e quando ordinamento e società si separano, quando l’elemento giuridico si discosta dalla storia, l’aspetto dialogico e relazionale del vivere in societate, cioè orientato al bene e secondo regole di giustizia, si involve in forme di riduttivismo giuridico e diventa sterile e ripetitivo di se stesso in singoli momenti, in precisi comandi da subire e ubbidire.

Una terza questione è quella che pone l’attenzione sul rapporto tra ordinamento e società, senza cedere alle urgenze del presente, ma guardando ai tempi lunghi della storia.

Ogni ordinamento dovrebbe avere il suo nucleo generatore, almeno in origine, nell’approccio al mistero della persona. Nell’assumere figure concrete e diverse, ciascun ordinamento dovrebbe essere un luogo di relazione e di esperienza dell’alterità, quale intreccio di razionalità, libertà e, potremmo azzardare, fantasia che rimanda a una sorgente di senso. Nell’intimo di questa esperienza si svilupperebbe l’esigenza di entrare in relazione con quanto vi è di fondante l’ordinamento, con il suo aspetto personale e relazionale per capire come questo fondamento ritorni alla persona nel suo agire nella comunità e nella società.

In sostanza, l’evento storico che determina i limiti temporali dell’ordinamento non si pone unicamente nella prospettiva dell’organizzazione statuale definita e definitiva, bensì nella prospettiva di una realizzazione sociale tra i soggetti tale da immettere nella storia un lievito di trasformazione “fondata da” e “aperta a” quel fondamento che è logos e che opera a definire l’evoluzione dell’ordinamento. Nella forma del relazionarsi gli uni agli altri si nasconde il “tesoro sociale” della comunità, quella cultura sociale che nell’aprire a una ricerca libera della verità, è ethos del vivere in societate, quale struttura incentivante a superare l’agire ideologico e utilitaristico. Tale struttura evidenzia il carattere relazionale dell’ethos dell’ordinamento giuridico, non quale prospettiva del singolo che si eleva per un massimo rendimento morale, ma quale interconnessione reciproca supportata da uno specifico spazio comunitario, quale spatium verae fraternitatis.

Se possiamo affermare, che ogni ordinazione del diritto richiede una pluralità relazionale e dunque, che ogni esperienza ordinamentaria per sé genera, custodisce e alimenta un autonomo spazio sociale tra conservazione dello status quo e profezia che evoca un continuo rinnovarsi delle energie, al tempo stesso, questa intenzionalità si dispiega in forma singolare ed esplicita a partire da un evento dinamico di logos.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.