Le passioni del diritto: la paura e la speranza

Il diritto pone continuamente dei limiti. La storia del diritto è la storia dei suoi limiti, a volte cupi, asfissianti, tossici, carichi di precarietà, paura della fine e dell’annientamento; altre volte mutevoli e insicuri; altre ancora con un potenziale arricchente capace di guardare oltre con entusiasmo e con spirito accogliente. Il diritto può chiudere e opprimere, portando il ricordo a esperienze di crudeltà quali quelle delle leggi razziali o contro la vita e la sua dignità, o essere strumento di promozione della persona e della libertà, come la Costituzione repubblicana italiana incessantemente ricorda.

La storia del diritto è anche la storia delle sue passioni, o meglio, delle passioni dell’uomo. Parlare di passioni non significa mobilitare le componenti irrazionali dei comportamenti umani, ma voler ricercare la ricchezza dell’essere proprio razionale dell’uomo. Tale prospettiva, ovviamente non può che riconoscere con onestà il libero apporto di ciascuno per costruire una societas tutta volta all’autotutela e all’emarginazione o piuttosto, una realtà aperta e prospettica che nell’inclusività sappia valorizzare la capacità di inventiva e coinvolgimento. Dal momento che il diritto coinvolge la persona nel suo concreto essere storico con particolare riguardo al suo legame sociale, pensare al diritto in termini di passioni significa quindi interrogarsi sulle sue dinamiche e sulle possibilità che esso offre. In questo senso sono d’augurio le parole del filosofo G.F.W. Hegel, quando osservava che nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione.

Al diritto appartengono due passioni opposte e incomunicabili che si alternano: la paura e la speranza. Sebbene questi due termini siano decisamente estranei al comune e condiviso lessico del diritto, essi rendono immediatamente percepibili e facilitano la comprensione delle principali teorie della giustizia che sono a fondamento delle continue e costanti scelte normative e giurisprudenziali.

La paura scava trincee ed erige muri; la speranza supera gli ostacoli e le apparenti insuperabili limitazioni. Similmente, anche le principali teorie della giustizia conservano al proprio interno una peculiare propensione al porre dei limiti o ad ambire a superarli. Al centro della dottrina del positivismo giuridico si annida la volontà di ordinare le differenze riconducendole all’unità della legge; l’utilitarismo si fonda sull’idea secondo la quale il criterio di valutazione morale deve essere sensibile alle conseguenze delle scelte le cui conseguenze devono essere valutate nei termini della utilità o disutilità che esse generano sui nostri prospetti di vita; il contrattualismo si presenta come una proposta teorica di politica normativa che riconosce a origine e fondamento dello Stato o della comunità civile una convenzione, un contratto, fra i suoi membri; il neocontrattualismo amplia tale definizione individuando i principi fondamentali su cui poggia la società, in ipotetiche scelte compiute da ipotetici soggetti nell’ambito di ipotetiche circostanze.

Di contro, appartengono al lessico della speranza le posizioni dialogico-relazionali che si rifanno a una comprensione di ontologia ermeneutica della realtà giuridica e attraverso la categoria di persona libera, razionale, relazionale e dialogica, approcciano il fatto-diritto senza limitazioni, dal momento che tengono insieme la dimensione storica e culturale propria del diritto, la sua mediazione linguistica e di conseguenza, l’accesso creativo a una relazione con l’Altro.

Occuparsi delle passioni del diritto, cercando di scoprirne i significati, è un tentativo di approcciare il diritto nelle sue ragioni, valorizzandone il portato antropologico che vi è strettamente connesso, perché il progetto del diritto possa essere carico di senso collettivamente inteso e l’interesse alla persona possa contribuire a creare spazi e disegnare forme che superino i confini di un’esistenza solo individuale.

Come la storia insegna, al superamento di un confine è quasi sempre corrisposto un gesto violento di reazione; ancora oggi è sempre ambiguo un discorso che rimanda alla violazione di una separatezza perché facilmente può essere interpretata in senso egemonico e di conquista, anche senza scendere al livello di un vero e proprio conflitto armato. Per averne un’idea basta pensare agli ottusi colonialismi che ancora oggi governano molte delle relazioni internazionali, siano esse culturali o di natura economica, come nel caso delle multinazionali. Superare i confini significa innanzitutto prendere sul serio la persona e il fatto del pluralismo e della diversità, scoprendo gli interessi che uniscono e generano relazioni al di sopra delle barriere culturali, nazionali, di religione, razza e classe sociale, al fine di escogitare possibili concetti descrittivi e normativi per una effettiva e concreta tutela della persona nella sua arricchente dimensione di senso.

A. Iaccarino, Nessuno resti escluso. La giustizia oltre i confini, Lateran University Press, Città del Vaticano 2013.

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Le tre sfide della giustizia

Ogni persona vive e anima lo spazio della pluralità e in essa afferma con forza e decisione la propria singolare identità che nell’universale dell’intreccio delle relazioni, si fa identità universale. La nostra non è la pluralità greca, che accomunava i cittadini nel segno dell’appartenenza etnica; allo stesso modo, non è la semplice adesione a delle leggi ad aggregare una società, come nella civitas romana. La sfida della pluralità è nel saper cogliere il senso del porsi in relazione, del dialogare esigente che ricompone le diversità e apre a esiti di verità e novità in uno spazio di reale communitas. Il superamento delle tentazioni escludenti e isolazioniste che l’immunitas suggerisce aprirà la sfida costruttiva per un riconoscimento autentico tra le diversità, perché nessuno possa dirsi escluso.

Il 2015 sarà l’anno del novecentesimo anniversario della stesura della Magna Carta, documento che segna la storia politica e giuridica dell’intera umanità. In essa venivano sanciti i diritti rispettivi del sovrano e della nobiltà inglese, stabilendo che nessun uomo libero poteva essere privato dei suoi diritti se non a seguito di un giudizio legale da parte dei suoi pari e secondo la legge del Regno. Successivamente, questa garanzia venne estesa a tutti. I principi della Magna Carta varcarono l’Oceano Atlantico ed entrarono a far parte della Costituzione degli Stati Uniti d’America nella quale si afferma che nessuna persona può essere privata dei suoi diritti senza un processo equo e rapido. Per i padri fondatori il termine “persona” non comprendeva tutti gli uomini e se i nativi americani e gli schiavi certamente non potevano ambire a questo riconoscimento, anche le donne bianche non ebbero vita facile. In estrema sintesi, a puro titolo di esempio, questa è la storia di un principio di giustizia, la tutela della persona attraverso la presunzione di innocenza, che nei secoli ha avuto un’evoluzione faticosa ma continua e che si è progressivamente affermato allargando inclusivamente i propri confini.

La giustizia si trova continuamente nella esigente necessità di rispondere a tre sfide, che senza cedere alle pressioni del presente, possano far guardare ai tempi lunghi della storia: la sfida del “senso” della giustizia, quale continua capacità di porre al centro la persona nella sua singolare unicità; la sfida dell’“altro”, perché nella relazione plurale e dialogica non vi siano mai esclusi; la sfida dell’“uno”, quale incessante richiamo all’unicità della verità nella molteplicità delle sue diverse interpretazioni, per contrastare relativismi e ideologie.

A. Iaccarino, Nessuno resti escluso. La giustizia oltre i confini, Lateran University Press, Città del Vaticano 2013.

L’esercizio armonico dell’autorità

L’autorità è un particolare tipo di relazione con la finalità propria di indicare comportamenti o di organizzare i diversi ambiti dell’esperienza umana, garantendo impulsi pratici dell’agire singolo o in comune. Come afferma Giuseppe Capograssi in relazione all’autorità, «essa nasce per creare veramente tra gli uomini la relazione umana cioè per creare veramente una società tra gli uomini» (G. Capograssi, Riflessioni sull’autorità e la sua crisi, Carabba editore, Lanciano, 1921, 57). Allo stesso tempo, però, l’autorità non ha solo una finalità strumentale per la riuscita di un’impresa comune.

In un contesto di coappartenenza e di responsabilità condivisa, dove la diversità non dispone in sé del proprio centro, ma la comune centralità è nel trascendersi nella verità, nasce la questione dell’esercizio armonico dell’autorità, quale asse motrice di azione e di sviluppo dell’operare dell’ordinamento, ma che dalla verità trae la propria essenza e la propria energia policentripeta.

Il concetto di autorità è quello che per ultimo segna netta la demarcazione tra mito e utopia in relazione all’ordinamento giuridico, configurandosi, alla luce dei quattro elementi (stabilità, libertà, natura plurale, novità), o come potere o come relazione, cioè come agape. Nell’ambito dell’ampia dinamica che costituisce l’ordinamento giuridico, e che è libertà, quando si relazione alla verità, ponendo in relazione e dialogo le diversità proprie della molteplicità che lo compongono, con difficoltà l’ordinamento si articola secondo un parametro di subordinazione o gerarchizzazione, quanto piuttosto può svilupparsi attraverso l’elemento dinamico di un’autorità che ha una portata relazionale e un criterio operativo che è quello del bene comune. Non va dimenticato, come ricorda Francesco Viola, che «non basta difendere l’oggettività della verità e la verità dei giudizi pratici per giustificare in modo finalistico l’esistenza dell’autorità. Occorre altresì ritenere che la stessa ricerca della verità e del bene sia un’attività cooperativa, a cui si partecipa con differenti ruoli, mettendo a disposizione degli altri la propria competenza e la propria saggezza o, più semplicemente, accettando il conferimento di autorità da parte degli altri membri della comunità. Partecipare ad attività che sono governate da regole implica l’accettazione del principio di autorità, cioè significa accettare che vi sia un modo corretto e un modo errato di fare le cose e che la decisione tra ciò che è giusto o ingiusto in dati casi non possa dipendere dal giudizio personale» (F. Viola, «Autorità», in Aa.Vv., Enciclopedia filosofica, vol. 1, Bompiani, Milano, 2006, 924).

Venendo meno quell’esigenza di uguaglianza formale di cui era portatore lo Stato moderno, oggi l’autorità non è più solo garanzia di funzionamento coerente e sistematico, con il rischio di degenerare in autoreferenzialità e di cedere a ideologici compromessi. Non basta limitarsi alla ricostruzione normativa del sistema ordinamento, descrivendone e organizzandone la struttura, il dato infrastrutturale, ma occorre coglierne il senso più profondo, che nel nesso di verità e giustizia, attraverso un esercizio armonico dell’autorità, tra relazione e corresponsabilità, è sempre contemporaneamente creatore del nuovo e garante dell’antico.

Riconoscere e valorizzare la centralità della persona, quale fondamento dell’ordinamento giuridico permette di offrire alla persona la possibilità di riuscire, con libertà, a porre ragionamenti di tipo nuovo, che non nascano da una emergenza dottrinale o disciplinare, ma da una attesa di bene che nell’intento utopico guarda al compiersi del bene della persona e al suo situarsi nell’ambito del vivere in societate. Alla luce di queste considerazioni, affinchè l’ordinamento giuridico resti e diventi sempre meglio sensibile alla verità e quindi spazio dell’uomo e per l’uomo, appare più chiara l’esigenza di riportare la parola utopia all’interno del lessico giuridico moderno.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

Alcuni temi da sviluppare: stabilità, libertà, natura plurale, novità

Il pensiero che ha per centro la verità è un pensiero irrinunciabilmente dinamico, e senza la pretesa di offrire un sistema e neppure una tavola codificata e definitiva di categorie, permette di tratteggiare un plausibile orizzonte di interpretazione della verità quanto più aperto possibile e dialogico, alla luce dell’utopia; infatti, ragionare per argomentare un sistema definito una volta per tutte e in sé chiuso contraddirebbe la natura relazionale della verità stessa, che si offre nella molteplicità delle diverse interpretazioni storiche e personali, per immobilizzarsi in un discorso capace di esprimere solo una ideologia autoriflettente.

Proprio per spiegare la “possibilità di novità” che attraverso l’utopia argomenta la verità, ho scelto quattro peculiarità, quattro possibili temi di sviluppo, che a mio parere configurano efficacemente l’ordinamento giuridico sia che lo si voglia interpretare in relazione al mito, ma in tono negativo, quale fattore ideologizzante, sia che lo si riconduca all’utopia, quale apertura al logos. Intendo così parlare dei concetti di “stabilità”, “libertà”, “natura plurale” e “novità”, seguendo il seguente schema:

_______________mythos (ideologia)                                    utopia (logos)

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Stabilità                         circostanzialità                                          coappartenenza

Libertà                           potere                                                          responsabilità condivisa

Natura plurale              isolamento/autoconservazione             comune centralità

Novità                             gerarchizzazione                                      esercizio armonico dell’autorità

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_______________(autorità come potere)                            (autorità come relazione)

Il punto di partenza per costruire una definizione articolata di ordinamento giuridico passa attraverso il concetto di “stabilità”. L’ordinamento giuridico si contraddistingue da altri tipi di ordinamento per il suo carattere irrinunciabilmente vincolante. Richiamando il proposito di ragionare tenendo sempre presenti due piani di sviluppo del ragionamento, quello legato alla oggettività del reale e quello derivante dalla presa sul serio della soggettività della persona, il nodo problematico che si pone rispetto al concetto si “stabilità” riguarda in primo luogo il confronto con l’incalzante dinamismo del contesto sociale che avvolge e anima l’ordinamento. L’ordinamento giuridico esige stabilità, per essere luogo di osservazione del reale nel suo più vasto orizzonte di significato e di sintesi della frammentazione della molteplicità per promuovere quel bene comune che nel vivere in societate è fondamento e obiettivo sempre nuovo da perseguire. Nella prospettiva del mito la stabilità diventa la circostanzialità del vivere frammentati, secondo logiche di utilitarismo; di contro, alla luce dell’utopia che si radica nel logos, la stabilità è alla base della coappartenenza nella comune relazionalità.

Allo stesso tempo, l’ordinamento giuridico esige libertà per pro-gettarsi sempre oltre, per oltrepassare la propria forma e per tendere verso l’altro. L’ordinamento giuridico che apre lo sguardo all’utopia è quindi nella condizione di aprirsi a una visione antropologica che consente alla persona di esprimere la propria libertà e la propria razionalità in forma di relazionalità e quindi di corresponsabilità condivisa. La responsabilità potrebbe allora delinearsi come quel particolarissimo apporto della persona, libera, razionale, relazionale e dialogante, che si fa elemento di mediazione tra le esigenze dell’universale e le istanze del particolare, offrendo una prospettiva di senso e di bene alle strutture e Istituzioni di giustizia. Di contro, scegliendo la via del mito, l’ordinamento giuridico declina la libertà nella solitaria prospettiva del potere che oppone e non armonizza l’identità al dialogo.

Nella misura in cui l’ordinamento rimane fedele alla propria e irrinunciabile natura plurale, ciascuna persona che vive e opera al suo interno potrà agire razionalmente, con libertà nella verità attraverso relazioni aperte, plurali e dialogiche; ma questa natura plurale che caratterizza l’ordinamento, se vissuta alla luce del mito diventa pluralità di singole identità, compresenti ma isolate, animate da uno spirito di autoconservazione; di contro, l’utopia che ha il logos e quindi la verità come riferimento permette all’ordinamento di essere spazio accogliente per una pluralità in dialogo e che nell’ordinamento riscopre una comune centralità. Se l’approccio alla verità è reso possibile da una libera e dialogica interrelazione di interpretazioni personali, appare chiaro come la verità stessa non è pensabile se non a partire dalla questione della comunità. Non un luogo agonistico tra singoli, dunque, ma uno spazio entro il quale la socialità si manifesta come la condizione di possibilità per un equilibrio dinamico, maturo e propositivo di sensibilità e prospettive diverse, chiamate a confrontarsi non in forza di una semplice parità biunivoca, secondo un criterio di uguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge, quanto in virtù di un più ampio respiro relazionale.

Infine, quale ultima peculiarità dell’ordinamento giuridico indico la novità, cioè la capacità di porsi tra essere e dover essere, cioè in quella condizione dinamica di “poter essere” che apre al nuovo dell’utopia concreta, quell’utopia che non obbedisce a un’immagine statica e preformata della persona, della società, quindi anche dell’ordinamento giuridico, data una volta per tutte, ma è tesa a realizzare il continuo trascendimento della persona, della società e dell’ordinamento giuridico verso la pienezza della verità e la realizzazione del bene comune che della verità è immagine e realizzazione. L’ordinamento giuridico non può prescindere da questa prospettiva, pena il rinnegare l’autenticità della sua vocazione plurale e dialogica; ma condizionato dal mito, esso può arroccarsi e strutturarsi rigidamente secondo criteri di gerarchizzazione. Al contrario, se l’ordinamento giuridico guarda all’utopia, esso consente che al proprio interno si sviluppi un esercizio armonico dell’autorità orientato alla novità.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

L’utopia tra verità e realtà

Italo Mancini ha scritto che «l’utopia è una forma che emerge quando fa difetto la verità» (I. Mancini, Teologia ideologia utopia, Queriniana, Brescia, 1974, 467); ed è questo in sintesi il concetto di utopia che risalta dallo sviluppo di un pensiero ideologico che impone valori sostitutivi alla verità, nel suo duplice riferimento oggettivo alla realtà e soggettivo alla persona, cercando di andare oltre il tempo non per aprirsi a un progrediente panorama di bene, ma quale fuga irrazionale verso un futuro in contrapposizione all’esistente e al reale. È per tale ragione che lo spazio dell’utopia non nega il reale, ma lo trascende continuamente, quale forma di trascendenza nell’immanenza, offrendo un continuo e significativo superamento della temporalità all’interno della temporalità stessa.

Il problema fondamentale che si presenta a chi vuole argomentare la possibilità razionale di una interpretazione del reale, attraverso il linguaggio dell’utopia concreta e veritativamente orientata, è senza dubbio quello dell’efficacia, che come scrive Italo Mancini, «significa l’indagine sul nesso che l’utopia tiene con la realtà» (Ivi, 468). Quando l’utopia si fa non realistica, essa abbandona il suo legame con la realtà dinamica, aperta, prospettica, pluridimensionale e insieme con la verità nella molteplicità delle sue diverse e plurali interpretazioni che esprimono la persona e la conoscenza umana, contribuendo a plasmare il reale in tutto il suo orizzonte di significato. L’utopia che rinuncia a questa duplice tensione corre verso un non luogo storico senza forma e cioè dove la verità non si dà e non può essere interpretata, perché tale utopia afferma il proprio essere nell’esprimere un pensiero che riflette ideologicamente unicamente se stesso e il proprio tempo, immobile, modello per un avvenire che è istantanea scattata una volta per tutte. È questa l’utopia negativa che ha rotto il legame con il pensiero razionale rinunciando a offrire il proprio contributo veritativo. Le conseguenze di un simile modello sono drastiche e impongono la scelta tra una duplice possibilità: da una parte, quella della persona di ridursi a mero prodotto storico o farsi prospettiva vivente sulla verità; dall’altra, quella del pensiero, se essere una semplice espressione del tempo o una rivelazione personale, libera e originale del vero.

Il logos afferma le istanze di bene in esso inscritte attraverso la verità che si offre nella molteplicità delle sue interpretazioni personali. La persona che attua un duplice percorso relazionale, trascendente verso e dalla verità, immanente da sé verso e tra gli altri, afferma un modello ermeneutico-relazionale che la pone continuamente in dialogo libero tra la situazione storica e le esigenze di verità che in essa albergano. L’utopia che guarda al logos è un’utopia concreta che non prescinde dal nesso dialogico tra la persona e la verità. Solo attraverso la persona questo nesso si da forma e si argomenta nella sua essenziale verità, attraverso un percorso fenomenologico che dall’evento originario fondatore della forma porta alla percezione e alla comprensione dell’evento in quanto tale.

L’utopia concreta, dunque, si pone in antitesi a un qualunque ordine finalistico di tipo storicistico che nell’ideologia non interpreta, ma ripete sempre se stesso. Sono evocative le parole del filosofo Luigi Pareyson quando afferma che «il pensiero può essere veramente alla seconda potenza solo se è pieno, profondo, radicale: solo se è pensiero della verità; solo così esso può illuminare l’esperienza dotandola d’una vera e propria coscienza critica, e risiedere nei singoli ambiti non al punto di restarne prigioniero o di asservirsi come mero strumento, ma operandovi come guida e controllo, correzione e verifica, norma e direzione; solo così esso può riscattare a universalità la puntualità delle soluzioni tecniche, e presentarsi non tanto come una riflessione specialistica o un discorso meramente particolare, quanto piuttosto come la filosofia intera concentrata su un punto» (L. Pareyson, Verità e interpretazione, Mursia, Milano, 1971, 205). L’utopia è se stessa entro lo spazio compiuto del reale, ma sempre come possibilità e come relazione agli altri.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.

L’utopia positiva e concreta

In un contesto di coappartenenza e di responsabilità condivisa, dove la diversità non dispone in sé del proprio centro, ma la comune centralità è nel trascendersi nella verità, all’unità del senso, che dalla verità trae la propria essenza e la propria energia policentripeta, si affianca l’articolazione interna dei molti linguaggi nel discorso che esplica questo senso veritativo, quale asse motrice di azione e di sviluppo dell’operare dell’ordinamento. Questa unità del discorso, infatti, «non serve soltanto a comunicare le intenzioni dei partecipanti, ma soprattutto a tessere una forma di vita in comune» (F. Viola – G. Zaccaria, Diritto e interpretazione. Lineamenti di teoria ermeneutica del Diritto, Laterza, Roma-Bari, 2002, 452).

Tenendo ferma l’attenzione a una prospettiva metagiuridica della problematica inerente la legittimazione e i limiti dell’ordinamento giuridico, per il filtro di una lettura positiva dell’utopia, occorre recuperare una comprensione sempre aperta, razionale e relazionale del reale quale possibilità di novità. Nella sua accezione positiva, come già più volte ribadito, è possibile trovare nell’utopia la sollecitazione a superare ogni sistema chiuso di pensiero e ogni ideologia, per orientare la società verso una sua trasformazione positiva.

Nella Lettera apostolica in occasione dell’ottantesimo anniversario dall’Enciclica Rerum novarum, anche il Papa Paolo VI ha sottolineato l’importanza dell’utopia per una interpretazione delle dinamiche sociali in prospettiva di uno sviluppo umano all’insegna della verità e della giustizia. Si legge nel testo del documento: «Da dove viene la contestazione che nasce un po’ ovunque, segno di un disagio profondo, mentre si assiste alla rinascita di “utopie” che pretendono di risolvere il problema politico delle società moderne con più efficacia delle ideologie? Sarebbe pericoloso non ammetterlo: l’appello all’utopia è spesso un comodo pretesto per chi vuole eludere i compiti concreti e rifugiarsi in un mondo immaginario. Vivere in un futuro ipotetico rappresenta un facile alibi per sottrarsi a responsabilità immediate. Bisogna però riconoscere che questa forma di critica della società esistente stimola spesso l’immaginazione prospettica, ad un tempo per percepire nel presente le possibilità ignorate che vi si trovano iscritte e per orientare gli uomini verso un futuro nuovo; tramite la fiducia che dà alle forze inventive dello spirito e del cuore umano essa sostiene la dinamica sociale; e se non si nega a nessuna apertura, può anche incontrarsi con il richiamo cristiano» (Paolo VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens, 14.5.1971, in AAS LXIII (1971), 426, n. 37).

Paolo VI evidenzia tre caratteristiche essenziali dell’utopia: la funzione critica, la funzione prospettico-profetica e la funzione dinamico-creatrice. Quando l’istanza utopica si inserisce in una dinamica che ha al proprio centro il logos, quale autentica sintesi tra verità e temporalità, libertà della persona e situazione storica entro la quale la persona agisce, l’utopia si fa concreta, non solo perché attiva e plasmatrice di storia, come accadrebbe anche con l’ideologia, ma perché primariamente si radica in un evento di senso che irrompe nella storia, come esigenza e testimonianza della verità, ed è per questa ragione che l’utopia diventa profetica; e infine, l’utopia testimonia la sua funzione dinamico-creatrice nel promuovere con energia una prassi nuova.

Anche per quanto riguarda l’ordinamento giuridico, l’insistente esigenza a sviluppare una immaginazione prospettica per percepire le possibilità del presente e orientarle alla novità dei vasti orizzonti del futuro, attraverso un uso ampio della ragione, impone che non vi sia chiusura alcuna che ridondi in una vuota razionalità. A un robusto realismo scientifico, infatti, capace di esaminare, configurare e offrire risposte alle istanze sociali, nel pieno rispetto delle loro oggettive complessità, occorre abbinare una indispensabile lettura dialogico-veritativa del fenomeno societas e proiettarlo al futuro nella prospettiva dell’utopia.

Questa utopia decisamente concreta e positiva che si presenta come un orizzonte di futuro è fondata sulla verità e opera entro il dinamico intrecciarsi alla storia degli uomini, orientandola in una direzione sempre nuova e umanizzante, e questo «nel senso che il rapporto tra le persone sarà tanto più vero (eticamente e giuridicamente), quanto più vera (e piena) sarà la comprensione del mistero della persona umana e, di conseguenza, la comprensione del suo rapporto con l’alterità, in cui la persona si realizza promuovendo la realizzazione dell’altro» (P. Coda, L’agape come grazia e libertà, Città Nuova, Roma 1994, 162). È così che l’utopia concreta si pone come critica e superamento delle restrizioni ideologiche per proporsi a essere, nella libertà del dialogo e della relazionalità, struttura regolativa dell’agire in societate: maggiore sarà la comprensione dell’alterità, maggiore sarà la comprensione della persona, maggiore sarà il rapporto tra le persone strutturato secondo verità e giustizia.

In tale ottica, l’ordinamento giuridico trova la sua legittimazione nella capacità di animare la dialettica sempre presente fra la realizzazione dell’ordinamento che incessantemente si alimenta di e alimenta a sua volta il cammino della storia e l’apertura al compimento di bene che trascende il tempo. È questa l’utopia concreta che guida e illumina dall’interno l’ordinamento, indirizzandolo verso il vasto orizzonte del giusto, quale regolazione storica dei rapporti tra i soggetti, e insieme del bene, quale regolazione storica dei rapporti tra i soggetti misurata dalla verità. È così che l’utopia si offre come programma che assume su di sé, realisticamente, le sfide del nostro tempo, traducendole in soluzioni concrete.

A. Iaccarino, Legittimazione degli ordinamenti giuridici tra mito e utopia, in G.L. Falchi – A. Iaccarino, Legittimazione e limiti degli ordinamenti giuridici, 2012.