Il modello dialogico della giustizia

La giustizia chiama l’altro, lo convoca e lo anima nel dialogo che nasce da questo incontro che indaga il senso stesso della giustizia. Il confronto con il tema della giustizia è al centro della filosofia del diritto e della sua storia e chiama a una domanda di senso che rimanda al criterio del giusto e dell’ingiusto; in essa prende forma la logica del dialogo, del confronto dialettico tra posizioni differenti, ma convergenti nella ricerca del bene comune e più ancora della verità.

Non a caso, con il termine giustizia può essere generalmente inteso l’instaurarsi di relazioni sempre nuove che si intersecano tra le persone, aprendo al riconoscimento dell’altro come alterità e libertà, e quindi, al pieno riconoscimento della persona umana. La giustizia si struttura, dunque, secondo un’architettura della verità, policentrica, non cronologica, quale presenza originale che rimanda incessantemente all’instaurarsi di una relazione irrinunciabilmente personale con essa, ma che nel confronto plurale e dialogico si apre all’esperienza dell’altro, alla complessità degli assetti sociali.

In questa ottica, non vi è giustizia se essa rimane nella soggettività, così come non si determina un rapporto di giustizia se essa deriva dall’autoritarismo di un comando oggettivante che vincola e obbliga con arbitraria forza imperativa. Al contrario, la giustizia come modello dialogico non rinuncia a cercare cosa e chi è giusto nel concreto, ma nella sua complessità architettonica di verità e relazionalità, persona razionale e libera, realtà storica e prospettica, apre a una dimensione di senso che nella possibilità del reale si orienta al riconoscimento partecipativo del giusto assetto della società, potremmo dire, all’interpretazione della verità più intera, traducendosi come una capacità di giudicare in libertà e in un agire giusto e buono.

Iustitiam intelligere difficile est, affermava Agostino. Una giustizia di tipo relazionale è certamente incerta da definire, insicura da dimostrare e fragile da mettere in pratica, ma non per questo vana. Occorre però domandarsi qual è l’autonomia della giustizia. Se la giustizia si riduce a un artificio retorico per giustificare o valorizzare una determinata dottrina politica o un’arbitraria impostazione teoretica, certamente essa non conoscerà alcuna autonomia e sarà inevitabilmente consacrata sull’altare delle ideologie. Diversamente, proiettarsi all’interno di una relazione plurale, libera e dialogica, per fare esperienza del senso della giustizia nella storia sempre nuova delle relazioni sociali, significa prendere sul serio un discorso sul senso della giustizia, dal momento che non vi è persona, anche mossa dalle più rette intenzioni, che da sola possa affermare con sicura e limpida certezza dove sia la giustizia.

A. Iaccarino, Nessuno resti escluso. La giustizia oltre i confini, Lateran University Press, Città del Vaticano 2013.

Verità e giustizia

Verità e giustizia

La società, lungi dall’essere una semplice somma matematica di individui, si compone di persone con una particolare visione onnicomprensiva di sé e del mondo, maturata nel corso della vita, come sintesi del bagaglio culturale, delle esperienze vissute e di quel plusvalore costituito dalla peculiarissima natura di ciascuno. Questa peculiarità umana, che trova la propria espressione e manifestazione nella vita di singoli o di membri di un gruppo omogeneo di consociati, influenza i giudizi e le scelte di ogni persona, singola o in comunità. C’è di più. C’è un pluralismo fatto di culture, tradizioni, fedi, costumi e visioni del mondo tutte originariamente diverse ed eterogenee.

La molteplice compresenza di diverse valutazioni del giusto e dell’ingiusto, pone in risalto il difficile compito assunto da chi oggi è alla ricerca di una teoria della giustizia. La prima domanda alla quale rispondere riguarda quale particolare concezione della giustizia vada privilegiata in vista di una concreta azione normativa e, quindi, politica.
La visione onnicomprensiva di ciascuno è feconda nella misura in cui si incontra con quella degli altri, e questo contatto dischiude in ciascuna una nuova prospettiva con la quale guardare, potremmo dire, alla verità “più intera”.
Pensare una teoria della giustizia significa superare il consenso della tecnica giuridica, importante ma limitata, per individuare la verità che si fa presente nelle personali interpretazioni.
La convivenza tra visioni comprensive che generano molteplici prospettive sulla giustizia richiede una pratica condivisa che, alla luce delle diverse interpretazioni dell’unica “verità”, possa portare alla cooperazione e alla concordia sociale delle istituzioni. Così come ciascuno è in relazione con l’unica verità, incarnandola nella propria persona, allo stesso modo, una pratica condivisa capace di creare l’incontro delle diverse visioni comprensive rappresenta una verifica e un’apertura delle credenze di ciascuno.

In questa ricerca gioca un ruolo determinante la filosofia. L’indagine filosofica, infatti, non consente aspirare a soluzioni irresistibili e conclusive. La possibilità di rispondere alle domande di senso in modo sempre nuovo e diverso, ciascuno secondo la propria concezione di ciò che vi è, di ciò che vale e di chi noi siamo, diventa uno strumento al servizio del pluralismo e del dialogo interculturale.

A. Iaccarino, Verità e giustizia. Per un’ontologia del pluralismo, Città Nuova, Roma 2008.